Donne ed Autopercezione: imparare a guardarsi con più verità e meno giudizio
dalla rubrica “Donne ed Autopercezione”
a cura di Sofia Monaco
Perché le donne si sentono sempre “non abbastanza”?
Tra aspettative, lavoro e ruoli da tenere insieme, molte donne crescono imparando a dubitare di sé anche quando non ne avrebbero motivo.
Ci sono domande che non vengono pronunciate ad alta voce, che accompagnano silenziosamente la quotidianità di molte donne. Una di queste è: “Sto facendo abbastanza?” Inevitabilmente accompagnata da un’altra ancora più profonda: “Sono abbastanza?” È una sensazione molto comune, non facile da esternare. Può emergere sul lavoro, quando si raggiunge un obiettivo ma si continua a pensare di dover dimostrare ancora qualcosa.
Può farsi spazio nella vita familiare, quando ci si divide tra cura, responsabilità, ascolto, organizzazione e presenza, con la percezione costante di non riuscire mai a dare tutto a tutti nel modo giusto. Può manifestarsi anche nella sfera più personale, nel modo in cui ci si guarda, ci si racconta, ci si confronta con gli altri. Molte donne convivono con questo senso di inadeguatezza come qualcosa di normale, quasi inevitabile, come se fosse naturale sentirsi sempre un passo indietro, sempre in difetto, sempre in dovere di aggiungere qualcosa per meritare pienamente il proprio posto.
Eppure questa percezione non nasce dal nulla. E, soprattutto, non nasce da una reale mancanza di valore. Affonda le sue radici in un sistema di aspettative molto rigido, che accompagna le donne fin da giovani. Bisogna essere preparate, ma non troppo sicure di sé. Disponibili, ma non fragili. Ambiziose, ma senza risultare eccessive. Presenti per gli altri, ma senza trascurare se stesse. Forti, ma sempre misurate. Capaci di gestire tutto, possibilmente con naturalezza e senza mai mostrare fatica. Il punto è che questi modelli sono profondamente contraddittori, e quando si prova a stare dentro richieste così diverse tra loro, il rischio è quello di sentirsi inevitabilmente in difetto. Se una donna investe nella propria carriera, può sentirsi giudicata come troppo concentrata sul lavoro.
Se sceglie di dedicare più spazio alla famiglia, può avere la percezione di stare rinunciando a una parte di sé. Se si mostra determinata, può essere letta come dura. Se esprime fragilità, può temere di essere considerata meno autorevole. Se rallenta, si sente in colpa. Se accelera, teme di non riuscire a reggere tutto. In questo equilibrio precario, il punto non è più capire cosa si desidera davvero ma diventa tentare di rispondere a standard esterni che cambiano continuamente e che raramente restituiscono un riconoscimento pieno.
A tutto questo si aggiunge una dinamica molto diffusa: la difficoltà a riconoscere il proprio valore. Molte donne sono abituate a minimizzare ciò che fanno, a ridimensionare i risultati raggiunti, a mettere in evidenza ciò che manca invece di ciò che hanno costruito. Anche davanti a successi concreti, il pensiero ricorrente non è “ce l’ho fatta”, ma “avrei potuto fare meglio”, oppure “non è ancora abbastanza”. È una forma di auto-percezione severa, che non lascia spazio alla soddisfazione. Come se fermarsi a riconoscere il proprio impegno fosse un atto di presunzione, invece che di consapevolezza. Come se il valore personale dovesse essere continuamente confermato da qualcosa di esterno: un risultato, un’approvazione, una prova costante di efficienza.
Questa dinamica emerge con particolare forza anche nel lavoro. Pensiamo, ad esempio, a una donna competente, affidabile, preparata. Una professionista che porta avanti il proprio ruolo con serietà, rispetta le scadenze, gestisce responsabilità, risolve problemi e rappresenta un punto di riferimento per colleghi, utenti o collaboratori. Eppure, quando arriva il momento di esporsi di più — proporre un’idea, candidarsi per un ruolo di maggiore responsabilità, chiedere un riconoscimento economico o professionale — spesso si affaccia un dubbio profondo: “Sarò davvero all’altezza?” Molto spesso, in questi casi, non è la mancanza di preparazione a frenare. È una forma di auto-svalutazione silenziosa. Si pensa di dover studiare ancora, aspettare ancora, dimostrare ancora. Nel frattempo, altre persone, talvolta anche con meno esperienza o meno competenze, si espongono con maggiore sicurezza.
Ed è proprio qui che il tema dell’autopercezione diventa centrale. Perché quando una donna fatica a riconoscere il proprio valore, rischia di restare indietro non per assenza di capacità, ma per eccesso di dubbio. E questo, nel tempo, può tradursi in rinunce, occasioni perse, minore visibilità e scarso riconoscimento del proprio contributo.
Vivere costantemente nella logica del “devo fare di più” ha però un costo. Un costo emotivo, mentale, relazionale. Perché abitua a guardarsi con durezza. A misurarsi sempre su ciò che manca. A credere che il riposo sia un lusso, che il limite sia una colpa, che il bisogno di fermarsi coincida con un fallimento.
La verità è che molte donne non si sentono “non abbastanza” perché mancano davvero di qualcosa. Si sentono così perché, troppo spesso, hanno interiorizzato l’idea di dover essere tutto insieme: competenti, accudenti, brillanti, presenti, ordinate, produttive, equilibrate, forti. Sempre. In ogni contesto. Senza sbagliare. Senza deludere. Senza mai sottrarsi. Ma nessuna persona può vivere serenamente sotto il peso della perfezione. Per questo, affrontare questo meccanismo non significa eliminare ogni insicurezza ma iniziare a costruire uno sguardo più giusto su di sé. Riconoscere che quel senso costante di inadeguatezza non racconta sempre la realtà, ma spesso racconta anni di aspettative interiorizzate, confronti continui e standard troppo elevati.
Anche nel lavoro, un approccio utile può partire da tre passaggi concreti.
Il primo è dare un nome alle proprie competenze. Molte donne fanno moltissimo, ma faticano a raccontarlo in modo chiaro, persino a se stesse. Fermarsi a mettere a fuoco ciò che si sa fare, i risultati raggiunti, le responsabilità sostenute e il valore portato nel proprio contesto professionale è un esercizio fondamentale di consapevolezza.
Il secondo è distinguere il dato reale dal giudizio interiore. Un conto è dire: “Ho bisogno di migliorare una competenza specifica”. Un altro è dirsi: “Non sono abbastanza”. Nel primo caso si apre uno spazio di crescita. Nel secondo si alimenta una condanna personale. Capire questa differenza è essenziale, perché consente di affrontare i propri limiti in modo costruttivo senza trasformarli in una svalutazione della propria identità.
Il terzo è allenarsi a esporsi senza aspettare di sentirsi perfettamente pronte. Aspettare il momento in cui ci si sentirà completamente sicure può voler dire aspettare troppo a lungo. Molto spesso la fiducia non arriva prima dell’azione, ma cresce attraverso l’azione stessa. Prendere parola, proporre un’idea, sostenere una richiesta, accettare una nuova responsabilità: sono tutti passaggi che aiutano a costruire una percezione di sé più solida e più aderente alla realtà.
A questo si aggiunge un elemento fondamentale: la qualità dei contesti in cui si vive e si lavora. Perché l’autopercezione non è mai soltanto una questione individuale. Cresce, si indebolisce o si rafforza anche in base all’ambiente che circonda una persona. Un contesto che riconosce il valore, ascolta e non alimenta modelli basati solo sulla prestazione continua può fare una grande differenza. Forse il punto da cui ripartire è proprio questo: smettere di chiedersi continuamente se si è abbastanza per gli altri, e iniziare a domandarsi se si sta vivendo nel rispetto di sé. Smettere di rincorrere modelli irrealistici e iniziare a riconoscere il valore di ciò che si è, anche nelle imperfezioni, nelle pause, nei limiti, nei percorsi non lineari.
Perché essere abbastanza non significa fare tutto in modo impeccabile. Non significa rispondere a ogni aspettativa. Non significa non avere dubbi, non sbagliare, non stancarsi mai.Essere abbastanza significa, forse, iniziare a sottrarsi a quella misura imposta che per troppo tempo ha definito il valore femminile in base alla capacità di reggere tutto. Significa imparare a guardarsi con più verità e meno giudizio. Con più rispetto e meno pretesa. E soprattutto significa ricordare che il proprio valore non si costruisce solo nelle prestazioni, nei risultati o nella capacità di essere sempre all’altezza. Il valore esiste anche quando non viene dimostrato, anche quando non viene riconosciuto subito. Anche quando una donna smette, per un momento, di performare e sceglie semplicemente di esserci, con autenticità.
Per questo, forse, la domanda più importante non è: “Sono abbastanza?” Ma: “Perché mi è stato insegnato a dubitarne così spesso?”
La Certificazione sulla Parità di Genere UNI 2015:2022: una guida essenziale per le aziende
Promuovere l’Innovazione e l’Eccellenza Aziendale attraverso la Parità di Genere
Nell’attuale panorama aziendale, caratterizzato da una crescente attenzione verso la sostenibilità e l’equità, la certificazione UNI 2015:2022 sulla parità di genere emerge come un percorso indispensabile per le imprese che mirano all’eccellenza. Questo standard, pionieristico nel suo genere, rappresenta una pietra miliare per le organizzazioni intenzionate a promuovere attivamente la parità di genere, garantendo al contempo vantaggi competitivi tangibili.
Contesto e significato della certificazione UNI 2015:2022
La norma UNI 2015:2022, con il suo approccio olistico e metodologico, fornisce alle aziende un quadro normativo chiaro per l’implementazione di pratiche di parità di genere, abbracciando una vasta gamma di aspetti organizzativi, da quelli gestionali a quelli culturali. Questa certificazione non solo evidenzia l’impegno di un’azienda verso un valore eticamente rilevante ma incarna anche un criterio strategico per l’innovazione e la performance aziendale.
L’Importanza della parità di genere nel contesto aziendale
La parità di genere nel luogo di lavoro non è semplicemente una questione di giustizia sociale; è, piuttosto, un indicatore chiave di sostenibilità e prosperità aziendale. Studi hanno dimostrato che le organizzazioni che adottano politiche inclusive e paritarie, beneficiano di una maggiore innovazione, soddisfazione dei dipendenti e performance finanziaria. In questo contesto, la certificazione UNI 2015:2022 funge da catalizzatore per l’adozione di tali politiche, fornendo alle aziende uno strumento concreto per tradurre l’uguaglianza di genere in risultati misurabili e miglioramenti qualitativi.
Passi verso la certificazione: un percorso strutturato
Il processo di ottenimento della certificazione UNI 2015:2022 richiede alle aziende di seguire un percorso strutturato, che include la diagnosi iniziale della situazione aziendale in materia di parità di genere, la formazione del personale sui temi dell’uguaglianza, e l’implementazione di strategie mirate a promuovere la parità. Questo percorso non solo garantisce il rispetto degli standard normativi ma favorisce anche un cambiamento culturale profondo all’interno delle organizzazioni.
Vantaggi della certificazione sulla Parità di Genere
L’adozione della certificazione UNI 2015:2022 offre alle aziende una serie di vantaggi inestimabili. Il rafforzamento dell’immagine brand, l’attrazione e la ritenzione dei talenti, e l’accesso a nuove opportunità di mercato. Inoltre, la certificazione permette alle aziende di posizionarsi come leader nel proprio settore, anticipando le tendenze del mercato e rispondendo proattivamente alle richieste di una società sempre più consapevole e esigente.
Conclusione
In un’era dove la parità di genere si sta affermando come un criterio imprescindibile per la valutazione della maturità e dell’innovatività delle aziende, la certificazione UNI 2015:2022 rappresenta un passo cruciale verso l’adozione di pratiche aziendali equitative e sostenibili. Selefor, con la sua profonda esperienza in consulenza e formazione, si pone come partner ideale per le aziende che intendono intraprendere questo percorso di crescita e innovazione.
Servizi internet a pagamento
A cura di Giovanni Crea
Il trattamento di dati personali ‘ulteriore’ a quello necessario per la fruizione di un servizio on line (es., accesso a un sito internet) è soggetto al consenso dell’utente-interessato previsto dall’art. 5.3, primo periodo, della direttiva e-privacy . Il consenso dovrebbe derivare da un interesse della persona cui i dati si riferiscono per le finalità di tale ulteriore trattamento (es., ricevere pubblicità durante la navigazione).
La Direttiva (UE) 2019/770, che disciplina alcuni aspetti dei contratti di fornitura di contenuto digitale e di servizi digitali riconosce lo scambio “servizio-dati”; nella prospettiva di tale direttiva il consenso – che si riferisce a una controprestazione in dati personali – è elemento strutturale del contratto.
Premesso che in caso di conflitto tra la Direttiva (UE) 2019/770 e il Regolamento(UE) 2016/679 (GDPR) prevale quest’ultimo, per essere considerato ‘libero’ ai sensi di tale regolamento, il consenso all’ulteriore trattamento non deve essere ‘obbligato’, ad esempio, ponendolo come condizione per l’accesso al servizio.
Come emerge dalle linee guida dell’EDPB , il gestore del sito (titolare del trattamento) deve prevedere un’alternativa con caratteristiche tali che l’eventuale scelta di rilasciare il consenso possa considerarsi libera. Sotto un altro profilo – invero non affrontato dall’EDPB – l’alternativa al consenso può essere portatrice di un diritto fondamentale; in tale evenienza, il diritto alla protezione dei dati personali – di cui, nel caso di specie, il “consenso libero” è espressione – deve trovare un equilibrio con la predetta alternativa. Per questo motivo la controprestazione monetaria, essendo espressione della “libertà d’impresa” riconosciuta dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue all’art. 16, di per sé non integra una violazione del GDPR con riguardo alle condizioni di validità del consenso.
Peraltro, in quanto alternativa al consenso, il pagamento in moneta descrive uno schema diverso dal cookie wall che, invece, non prevede alcuna alternativa, e che, come indica l’art. 7.4, gdpr, va tenuto nella massima considerazione ai fini della valutazione della libertà del consenso.
Va da sé che, in una prospettiva di bilanciamento degli interessi, la controprestazione monetaria non deve essere sproporzionata rispetto al servizio offerto, tale da far ripiegare l’interessato su un consenso che, con tutta probabilità, rifletterebbe una scelta non libera.
- Ad es., con riguardo ai quotidiani on line, il prezzo praticato all’edicola potrebbe essere un utile riferimento per la fissazione del prezzo on line. Sicché, se il prezzo on line è uguale o anche inferiore al prezzo all’edicola si potrebbe ragionevolmente concludere che l’eventuale ripiego dell’interessato sul consenso sia espressione di una scelta libera.
[1] Cfr. Direttiva 2002/58/CE come modificata dalla Direttiva 2009/136/CE, in GUUE L 337, 18 dicembre 2009, p. 11 ss.
[2] Cfr. Direttiva (UE) 2019/770, relativa a determinati aspetti dei contratti di fornitura di contenuto digitale e di servizi digitali, in GUUE, L136, 22 maggio 2019, p.1 ss.
[3] Cfr. EDPB, Linee guida 5/2020 sul consenso ai sensi del regolamento (UE) 2016/679, 4 maggio 2020.
[4] Al riguardo, si rinvia al quarto considerando del GDPR secondo il quale il diritto alla protezione dei dati di carattere personale non è una prerogativa assoluta, ma va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità. Lo stesso considerando afferma che il GDPR rispetta tutti i diritti fondamentali e osserva le libertà e i principi riconosciuti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, sanciti dai trattati, tra cui la libertà d’impresa.
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Giovanni Crea

Direttore del Centro di Ricerca e Formazione Integrata Selefor, responsabile scientifico e Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico con delega Data Protection.
Economista, è professore incaricato di “Economia Aziendale e Processi di amministrazione del lavoro” presso l’Università Europea di Roma, dal 2014 insegna la materia di “Protezione dei dati personali” presso Master Universitari e Corsi specialistici.
Caro vita, lavoro e povertà
di Giuliana Cristiano
Le politiche attive del lavoro sono tutte quelle iniziative introdotte dalle Istituzioni, nazionali e locali, per promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo. I servizi proposti da queste politiche possono essere erogati in primis dai centri per l’impiego, ma anche da Agenzie per il lavoro, scuole e università, nonché dai comuni e dalle associazioni di dipendenti e datori di lavoro[1].
Tra le misure più conosciute vi sono senza dubbio il programma “Garanzia Giovani” e il “reddito di cittadinanza”.
Ma andiamo a vedere più del dettaglio come reagiscono gli Italiani a queste politiche attive.
“Garanzia giovani” è un programma che si rivolge alle imprese e ai datori di lavoro che vogliono inserire nel proprio organico risorse giovani e formate, e al contempo, beneficiare delle agevolazioni previste dal programma stesso che consistono in bonus per le nuove assunzioni (tirocini, apprendistati o passaggi da tirocinio a contratto di lavoro). Inoltre, sono anche previsti degli strumenti per agevolare l’autoimprenditorialità dei giovani che vogliono mettersi in proprio[2].
Anpal rispetto all’adesione a “Garanzia Giovani” riporta dei dati molto interessanti, infatti, al 31 luglio 2022 i Neet (Not (engaged) in Education, Employment or Training, ovvero coloro che non studiano e non lavorano) registrati al programma erano 1.681.329, con un incremento di 7.281 unità rispetto a giugno. I servizi per l’impiego hanno preso in carico più dell’85% dei registrati e di questi quasi l’80% è costituito da giovani con elevate difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro.
Al termine del percorso quasi il 68% degli iscritti ha trovato occupazione e molti di questi a tempo indeterminato. C’è però da precisare che il divario Nord e Sud Italia si percepisce anche in queste stime con lo svantaggio del meridione[3].
In ogni caso, al di là delle disparità territoriali, emerge chiaro il fatto che i giovani italiani oggi sono motivati a trovare una soluzione alla loro condizione di precarietà, lavorando su sé stessi, formandosi e creandosi un’alternativa valida alla disoccupazione e alla povertà.
Discorso diverso invece deve essere fatto per un altro strumento: il tanto discusso e dibattuto “reddito di cittadinanza”.
Questo è una misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, che è stata introdotta nel marzo 2019 e che si esplica in un sostegno economico che si integra al reddito familiare. Questa misura oltra a prevedere un sussidio per un lasso di tempo determinato, prevede anche un percorso di reinserimento lavorativo e sociale siglato da un patto di lavoro o un patto di inclusione sociale[4].
Ogni regione italiana, dunque, si è mossa per favorire l’utilizzo di questo strumento, confidando nella sua utilità e in una effettiva possibilità di riqualificazione di quei nuclei familiari più svantaggiati e in difficoltà.
Oggi però, a quasi tre anni dall’introduzione del RDC, nonostante siano molte le persone che hanno richiesto e beneficiato di questo strumento, nono sono altrettanto numerose coloro che hanno concluso il percorso di reinserimento lavorativo. Il quadro infatti è abbastanza allarmante al nord come al sud Italia.
- In Campania, per esempio, negli ultimi 18 mesi gli imprenditori campani hanno caricato sull’apposita piattaforma MyAnpal 9945 offerte di lavoro, ma le assunzioni di chi percepisce il reddito di cittadinanza sono pari a zero. Nel settore dei servizi dove vi sono più vacancies aperte, non è stata registrata alcuna assunzione, nel settore dell’edilizia invece, su 1716 offerte, vi sono state solo 74 assunzioni[5].
Questo a dimostrare che nonostante vi siano possibilità di lavorare e nonostante i Centri per l’impiego si mobilitino per la ricerca di personale, i beneficiari di questa misura non fanno altrettanto; probabilmente perché non vi sono dei veri e propri controlli nel processo, né sono previste sanzioni per coloro che rifiutano le offerte di lavoro proposte. Si specifica infatti, che i beneficiari del reddito, devono sottoscrivere un patto di lavoro con i centri per l’impiego, ma fino ad oggi, come detto, le prese in carico sono state veramente poche. In Campania nello specifico si sta provvedendo alla cancellazione dall’elenco dei beneficiari le persone con non rispettano il patto, ma la situazione è analoga anche in altre regioni d’Italia[6].
- La Lombardia, per esempio, ha un quadro simile; infatti, nel 2021 a Milano, su più di 10.000 beneficiari convocati per un primo incontro e la presa in carico dai centri per l’impiego, solo circa 3600 si sono presentati, la restante parte ha completamente disertato o si è resa irreperibile tanto da spingere i suddetti centri a consegnare la convocazione tramite raccomandata. Nel 2022 la situazione è anche peggiorata tanto che i beneficiari in carico sono addirittura dimezzati[7].
Senza dubbio sono ancora molte le misure da poter introdurre e tanto deve essere fatto sia da parte delle istituzioni sia da parte delle imprese e dei lavoratori, ma iniziare a sfruttare ciò che già si ha, potrebbe essere un primo passo verso una, almeno parziale, risoluzione della disoccupazione e della povertà, in un periodo storico in cui le crisi sembrano non voler smettere di susseguirsi.
[1]https://www.lavoro.gov.it/temi-epriorita/occupazione/Pagine/orientamento.aspx#:~:text=Le%20politiche%20attive%20del%20lavoro,occupazione%20e%20l’inserimento%20lavorativo.
[2] https://garanziagiovani.anpal.gov.it/cose-azienda
[3] https://www.anpal.gov.it/documents/552016/821517/S1_Nota+mensile+n7_luglio.pdf/3ff14e73-add0-8b66-a785-6df46eae7523?t=1665730071878
[4] https://www.redditodicittadinanza.gov.it/schede/dettaglio
[5] Iuliano, V., (2022) “Reddito di cittadinanza, in Campania 9.945 lavori ma nessuno li accetta”, Il mattino, online. https://www.ilmattino.it/napoli/politica/campania_reddito_di_cittadinanza_offerte_di_lavoro-6751242.html?refresh_ce
[6] Ibidem
[7] Gianni, A. (2022), “Reddito di cittadinanza, fuga dal Centro per l’impiego. Il 60% dei convocati non ci va”, Il giorno, online. https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/centro-impiego-fuga-reddito-cittadinanza-1.8160428
RIFLESSIONI SULLA NATURA DI ESSENTIAL FACILITIES DEI DATI PERSONALI
A cura di Giovanni Crea
L’esperienza dell’offerta di servizi attraverso internet (comprese le app) ha messo in luce come il loro consumo venga inevitabilmente codificato in dati (es., google maps) e come tali dati siano oggetto di trattamenti effettuati per finalità sia ‘tecniche’ – legate, cioè, alla fornitura e fruizione del servizio – sia di interesse economico del titolare del trattamento.
Con riguardo a quest’ultimo profilo, la disponibilità di grandi masse di dati (big data) rende possibile costruire profili degli utenti-interessati su cui ritagliare i propri servizi ovvero – spostandoci sul versante della raccolta pubblicitaria – per vendere spazi pubblicitari agli inserzionisti consentendo a questi di proporre a livello individuale i loro prodotti e servizi.
I mercati dei servizi internet, dunque, sono data intensive, e le posizioni dominanti che in essi si formano trovano nei dati personali una lèva essenziale [1] la cui replicabilità non è scontata in quanto riguardano i clienti dei provider e che gli stessi provider tendono a non diffondere per ragioni di vantaggio competitivo [2].
Questa prospettiva apre all’ipotesi della natura di essential facilities dei dati personali raccolti nei mercati di internet; profilo che, secondo la dottrina antitrust, è un elemento qualificante della posizione dominante, e la cui inibizione a potenziali concorrenti, da parte dei titolari, prefigura un abuso di tale posizione vietato dall’art. 102 TFUE.
Nel caso Google-Hoda [3], in cui ricorre l’ipotesi di ostacoli, da parte del motore di ricerca, alla portabilità dei dati – e dunque, in definitiva, all’accesso/trasferimento a favore di Hoda – l’Agcm sottolinea la valenza pro-concorrenziale di tale istituto, lasciando intendere come tali dati possano essere inquadrati nella categoria delle “risorse essenziali”.
Se i dati personali, descrittivi delle abitudini di consumo di beni e servizi forniti da un’impresa, fossero facilmente replicabili, la violazione dell’art. 20 del GDPR rileverebbe per il solo profilo di mancato esercizio di un diritto degli interessati e non anche per gli aspetti antitrust.
[1] Cfr. Agcm, Provvedimento n. 28051, Big Data, in Boll., n. 9/2020, 13 ss.
[2] Cfr. Agcm, Provvedimento n. 19140, Sfruttamento di informazioni commerciali privilegiate, in Boll., n. 47/2008, 5 ss.
[3] Cfr. Agcm, Provvedimento n. 30215, Google-ostacoli alla portabilità dei dati, in Boll., n. 27/2022, 83 ss.
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Giovanni Crea

Direttore del Centro di Ricerca e Formazione Integrata Selefor, responsabile scientifico e Presidente del Comitato Tecnico-Scientifico con delega Data Protection.
Economista, è professore incaricato di “Economia Aziendale e Processi di amministrazione del lavoro” presso l’Università Europea di Roma, dal 2014 insegna la materia di “Protezione dei dati personali” presso Master Universitari e Corsi specialistici.











